Titolo: J'Accuse... Amore Mio
Artista: Faust'O
Anno di pubblicazione: 1980
Nazionalità: Italia
New Wave all'italiana. Drum-machine, chitarra, sassofono e tastiere. Più voce teatrale che sembra quella di Renato Zero. Onestamente il genere non lo gradisco granché ma il primo album di Faust'O, Suicidio, l'avevo trovato piuttosto bello, soprattutto per la crudezza delle liriche (strumentalmente non si discosta poi molto da quel po' che conosco del genere, mi vengono soprattutto in mente i primi Ultravox). Questa volta mi è sembrato tutto troppo addolcito, sintetizzato.. falso, insomma. Una mezza delusione (Love Story mi era piaciuto ancor meno quindi non è che nutrissi grandi aspettative). Un'occasione sprecata, aggiungerei. A questo punto preferisco ascoltarmi Alberto Camerini che è più semplice e privo fronzoli.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 5.5
Visualizzazione post con etichetta cantautorato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cantautorato. Mostra tutti i post
giovedì 26 dicembre 2013
sabato 9 marzo 2013
Kurt Vile - Smoke Ring for my Halo
Titolo: Smoke Ring for my Halo
Artista: Kurt Vile
Anno di pubblicazione: 2011
Nazionalità: Pennsylvania, USA
Oramai è complesso fare l'ascoltatore: da un lato i recensori che pretendono (da intendersi nel senso inglese di "pretending") di essere obiettivi e dall'altro gli ascoltatori casuali. E se non si amano i gruppi blasonati dagli ascoltatori casuali si viene inseriti in categorie poco lusinghiere. Ovviamente questa è un'esagerazione, ma fondamentalmente il mio dubbio è: perché è sbagliato ascoltare anche l'altra campana? Perché se Last Night degli Strokes è più godibile di People Say dei Portugal. The Man i secondi dovrebbero essere meno belli? Risposta: perché (limitatamente all'Italia, non conosco la loro popolarità allestero) gli Strokes son più famosi. Entrambi i gruppi si rifanno a sonorità anni '60 (specie nell'album The Satanic Satanist di cui avevo parlato tempo fa); io ho semplicemente iniziato con i Portugal. The Man. Questo fa di me un anticonformista a tutti i costi? Pare di sì. Una volta chiaritolo, basta non farsi il sangue marcio ogni volta eproseguire come sempre, sperando che la nostra mano non vada a mai a battere sulle tastiere di Ondarock.
Venendo a Kurt Vile: personalmente mi è sempre piaciuta quella scena americana che comprende nomi come Ben Chasny (Six Organs of Admittance) e Devendra Banhart e che si rifà alla psichedelia anni '60 condendola con quel pizzico di quel folk in cui gli statunitensi sono maestri e che non può non portare a Bob Dylan. Ecco, Smoke Ring for my Halo è essenzialmente questo: un Dylan (non mi si fraintenda, di impegno sociale qui non c'è nulla, è solo per dare delle coordinate stilistiche per quel che riguarda la musica) sotto acidi che suona una chitarra acustica a dodici corde (unica eccezione In my Time, in cui l'amplificazione è anche elettrica) perdendosi in divagazioni strumentali dal sapore trascendentale (non certo nel senso kantiano del termine) che personalmente mi ricordano Nightly Trembling dei Six Organs of Admittance. Un disco dalle bellissime atmosfere psichedeliche registrato con la cura dei giorni d'oggi. Magari se si è degli inossidabili del lo-fi la cosa farà storcere il naso; personalmente ho apprezzato parecchio, devo dire.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7.5
Artista: Kurt Vile
Anno di pubblicazione: 2011
Nazionalità: Pennsylvania, USA
Oramai è complesso fare l'ascoltatore: da un lato i recensori che pretendono (da intendersi nel senso inglese di "pretending") di essere obiettivi e dall'altro gli ascoltatori casuali. E se non si amano i gruppi blasonati dagli ascoltatori casuali si viene inseriti in categorie poco lusinghiere. Ovviamente questa è un'esagerazione, ma fondamentalmente il mio dubbio è: perché è sbagliato ascoltare anche l'altra campana? Perché se Last Night degli Strokes è più godibile di People Say dei Portugal. The Man i secondi dovrebbero essere meno belli? Risposta: perché (limitatamente all'Italia, non conosco la loro popolarità allestero) gli Strokes son più famosi. Entrambi i gruppi si rifanno a sonorità anni '60 (specie nell'album The Satanic Satanist di cui avevo parlato tempo fa); io ho semplicemente iniziato con i Portugal. The Man. Questo fa di me un anticonformista a tutti i costi? Pare di sì. Una volta chiaritolo, basta non farsi il sangue marcio ogni volta eproseguire come sempre, sperando che la nostra mano non vada a mai a battere sulle tastiere di Ondarock.
Venendo a Kurt Vile: personalmente mi è sempre piaciuta quella scena americana che comprende nomi come Ben Chasny (Six Organs of Admittance) e Devendra Banhart e che si rifà alla psichedelia anni '60 condendola con quel pizzico di quel folk in cui gli statunitensi sono maestri e che non può non portare a Bob Dylan. Ecco, Smoke Ring for my Halo è essenzialmente questo: un Dylan (non mi si fraintenda, di impegno sociale qui non c'è nulla, è solo per dare delle coordinate stilistiche per quel che riguarda la musica) sotto acidi che suona una chitarra acustica a dodici corde (unica eccezione In my Time, in cui l'amplificazione è anche elettrica) perdendosi in divagazioni strumentali dal sapore trascendentale (non certo nel senso kantiano del termine) che personalmente mi ricordano Nightly Trembling dei Six Organs of Admittance. Un disco dalle bellissime atmosfere psichedeliche registrato con la cura dei giorni d'oggi. Magari se si è degli inossidabili del lo-fi la cosa farà storcere il naso; personalmente ho apprezzato parecchio, devo dire.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7.5
domenica 30 dicembre 2012
Julee Cruise - Floating into the Night
Titolo: Floating into the Night
Artista: Julee Cruise
Anno di pubblicazione: 1989
Nazionalità: Iowa, USA
Non ho mai visto un film di David Lynch (Twin Peaks men che meno) e mi azzardo a parlare di un album i cui testi sono scritti da Lynch e le musiche da Badalamenti. Sui testi non mi pronuncerò, allora. Sulla musica, dirò solo che questi arrangiamenti ipersoffusi e onirici (con gli ottoni che compaiono a mettere in crisi tuaa l'atmosfera fino ad allora creata) sono perfettamente adatti alla voce della Cruise. Una voce tanto cristallina ed eterea da competere con quella di personaggi del calibro di Elizabeth Fraser e Hope Sandoval. Vale la pena di ascoltare questo disco anche solo per un motivo del genere, ma preferisco Cocteau Twins e Mazzy Star.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 6.5
Artista: Julee Cruise
Anno di pubblicazione: 1989
Nazionalità: Iowa, USA
Non ho mai visto un film di David Lynch (Twin Peaks men che meno) e mi azzardo a parlare di un album i cui testi sono scritti da Lynch e le musiche da Badalamenti. Sui testi non mi pronuncerò, allora. Sulla musica, dirò solo che questi arrangiamenti ipersoffusi e onirici (con gli ottoni che compaiono a mettere in crisi tuaa l'atmosfera fino ad allora creata) sono perfettamente adatti alla voce della Cruise. Una voce tanto cristallina ed eterea da competere con quella di personaggi del calibro di Elizabeth Fraser e Hope Sandoval. Vale la pena di ascoltare questo disco anche solo per un motivo del genere, ma preferisco Cocteau Twins e Mazzy Star.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 6.5
domenica 9 dicembre 2012
David Sylvian - Secrets of the Beehive
Titolo: Secrets of the Beehive
Artista: David Sylvian
Anno di pubblicazione: 1987
Nazionalità: UK
A volte capita di farsi delle idee su di un disco senza neppure averlo ascoltato. Nel caso in questione difficilmente mi toglierò dalla testa che Secrets of the Beehive sia stato all'epoca della sua uscita un album di culto. Non ha importanza che la cosa corrisponda o meno a verità. E' uno di quegli album estremamente raffinati, che se non piacciono ai nostri cari intelletualoni torinesi è solo perché hanno troppa voglia di essere snob: le composizioni sono molto distese, quasi sognanti (anche quando interviene un elemento come il sassofono che con la musica classica magari ha ben poco a che fare) e si sposano perfettamente con il "cantato" (che poi è al limite del recitato) dolce e molto profondo di Sylvian che compone pezzi ugualmente intimisti, di quelli che sono perfetti per momenti di estrema solitudine con una punta di malinconia. Senza depressione, però: non credo che il disco voglia essere cupo o triste, solo leggermente malinconico. Consideriamo poi che i nove brani sono arrangiati da Ryuichi Sakamoto e avremo sicuramente un disco intellettuale ma estremamente godibile, di quelli che è un peccato scaricare a priori solo per quel motivo.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
Artista: David Sylvian
Anno di pubblicazione: 1987
Nazionalità: UK
A volte capita di farsi delle idee su di un disco senza neppure averlo ascoltato. Nel caso in questione difficilmente mi toglierò dalla testa che Secrets of the Beehive sia stato all'epoca della sua uscita un album di culto. Non ha importanza che la cosa corrisponda o meno a verità. E' uno di quegli album estremamente raffinati, che se non piacciono ai nostri cari intelletualoni torinesi è solo perché hanno troppa voglia di essere snob: le composizioni sono molto distese, quasi sognanti (anche quando interviene un elemento come il sassofono che con la musica classica magari ha ben poco a che fare) e si sposano perfettamente con il "cantato" (che poi è al limite del recitato) dolce e molto profondo di Sylvian che compone pezzi ugualmente intimisti, di quelli che sono perfetti per momenti di estrema solitudine con una punta di malinconia. Senza depressione, però: non credo che il disco voglia essere cupo o triste, solo leggermente malinconico. Consideriamo poi che i nove brani sono arrangiati da Ryuichi Sakamoto e avremo sicuramente un disco intellettuale ma estremamente godibile, di quelli che è un peccato scaricare a priori solo per quel motivo.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
Etichette:
7,
avant-garde,
cantautorato,
elettronica
domenica 4 novembre 2012
Roy Harper - Folkjokeopus
Titolo: Folkjokeopus
Artista: Roy Harper
Anno di pubblicazione: 1969
Nazionalità: UK
A vedere la copertina mi aspettavo un disco à la Screamin' Jay Hawkins. Invece il riferimento più prossimo tra quelli che mi vengono in mente è Bill Fay. Mancando il misticismo oscuro di Time of the Last Persecution e le sue bizzarrie strumentali, il risultato che Folkjokeopus è un disco di folk rock spensierato (Exercising Some Control) che non disdegna di legarsi per un po' con atmosfere da bar (Manana) e che nasconde nel profondo un'anima cupa: la bellissima cavalcata di diciotto minuti McGoogan's Blues è il cuore del disco e da sola vale l'intero ascolto.
Valutazione personale epr chi non ha voglia di leggere: 7.5
Artista: Roy Harper
Anno di pubblicazione: 1969
Nazionalità: UK
A vedere la copertina mi aspettavo un disco à la Screamin' Jay Hawkins. Invece il riferimento più prossimo tra quelli che mi vengono in mente è Bill Fay. Mancando il misticismo oscuro di Time of the Last Persecution e le sue bizzarrie strumentali, il risultato che Folkjokeopus è un disco di folk rock spensierato (Exercising Some Control) che non disdegna di legarsi per un po' con atmosfere da bar (Manana) e che nasconde nel profondo un'anima cupa: la bellissima cavalcata di diciotto minuti McGoogan's Blues è il cuore del disco e da sola vale l'intero ascolto.
Valutazione personale epr chi non ha voglia di leggere: 7.5
Franco Battiato - Pollution
Titolo: Pollution
Artista: Franco Battiato
Anno di pubblicazione: 1972
Nazionalità: Italia
Per quanto non ne abbia la certezza, è mia opinione che su internet si tenda a dare maggior rilevanza alla prima parte della carriera di Battiato rispetto alla seconda. Parlare di Pollution equivale quindi a parlare di una cosa abbastanza nota. Qualora non lo sapeste, i primi tre album di Battiato (Fetus, Pollution e Sulle Corde di Aries) vengono ad oggi considerati dei capisaldi per quel che riguarda le prime sperimentazioni elettroniche "popolari" (per quanto un aggettivo del genere sia utilizzabile in riferimento a lui) in Italia. Soprattutto Fetus che è un tripudio di sintetizzatori (l'intro di Meccanica è da discoteca). Pollution è decisamente più "altolocato", forte di campionamenti d'orchestra e liriche astruse (Il Silenzio del Rumore è la migliore apertura in questo senso), ma si lascia ascoltare grazie ad una durata molto contenuta (poco più di mezz'ora) e alla maggior varietà di soluzioni rispetto al disco precednete che era l'equivalente italiano e pià sperimentale di Ambiant Otaku di Tetsu Inoue (ricordate?). Areknames, strutturata più come un canto rituale che come un brano rock mi è piaciuta molto, come pure Plancton. Ho qualche perplessità sul testo di Pollution, invece.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
Artista: Franco Battiato
Anno di pubblicazione: 1972
Nazionalità: Italia
Per quanto non ne abbia la certezza, è mia opinione che su internet si tenda a dare maggior rilevanza alla prima parte della carriera di Battiato rispetto alla seconda. Parlare di Pollution equivale quindi a parlare di una cosa abbastanza nota. Qualora non lo sapeste, i primi tre album di Battiato (Fetus, Pollution e Sulle Corde di Aries) vengono ad oggi considerati dei capisaldi per quel che riguarda le prime sperimentazioni elettroniche "popolari" (per quanto un aggettivo del genere sia utilizzabile in riferimento a lui) in Italia. Soprattutto Fetus che è un tripudio di sintetizzatori (l'intro di Meccanica è da discoteca). Pollution è decisamente più "altolocato", forte di campionamenti d'orchestra e liriche astruse (Il Silenzio del Rumore è la migliore apertura in questo senso), ma si lascia ascoltare grazie ad una durata molto contenuta (poco più di mezz'ora) e alla maggior varietà di soluzioni rispetto al disco precednete che era l'equivalente italiano e pià sperimentale di Ambiant Otaku di Tetsu Inoue (ricordate?). Areknames, strutturata più come un canto rituale che come un brano rock mi è piaciuta molto, come pure Plancton. Ho qualche perplessità sul testo di Pollution, invece.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
venerdì 5 ottobre 2012
Bill Fay - Time of the Last Persecution
Titolo: Time of the Last Persecution
Artista: Bill Fay
Anno di pubblicazione: 1971
Nazionalità: UK
Avevo sentito parlare molto bene di Bill Fay ma onestamente mi aspettavo un disco cantautoriale abbastanza classico e probabilmente tendente al folk. Non è così. Dal punto di vista strumentale domina una chitarra elettrica dalle tinte blues che a volte sfociano con naturalezza nel rock psichedelico. Con lei un pianoforte che, al contrario, Fay suona con estrema delicatezza e una battieria che fa il suo buon lavoro. Aggiungiamoci qualche strumento aggiuntivo ogni tanto (vedi i fiati in Come a Day). Quanto ai testi, sono particolarmente difficili da interpretare e sono intrisi di religiosità e messianismo in maniera abbastanza bizzarra (vedi in Pictures of Adolf Hitler o in Let All the Others Teddies Know), oltre ad essere particolarmente immaginifici; non mi stupisce che David Tibet (Current 93) abbia pure fatto una cover della title-track (che personalmente ho trovato il pezzo migliore del disco).
C'è davvero poco del tipico cantautore degli anni '60/'70 in questo album: nessun brano raggiunge neppure i quattro minuti e, cosa ancor più sorprendente, la parte cantanta duraancora meno; in chiusura di quasi ogni pezzo, infatti, c'è una coda strumentale che sfocia in alcuni casi in dissonanze al limite del noise rock o del free jazz (Come a Day). Insomma, un disco davvero fuori dal comune.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 8.5
Artista: Bill Fay
Anno di pubblicazione: 1971
Nazionalità: UK
Avevo sentito parlare molto bene di Bill Fay ma onestamente mi aspettavo un disco cantautoriale abbastanza classico e probabilmente tendente al folk. Non è così. Dal punto di vista strumentale domina una chitarra elettrica dalle tinte blues che a volte sfociano con naturalezza nel rock psichedelico. Con lei un pianoforte che, al contrario, Fay suona con estrema delicatezza e una battieria che fa il suo buon lavoro. Aggiungiamoci qualche strumento aggiuntivo ogni tanto (vedi i fiati in Come a Day). Quanto ai testi, sono particolarmente difficili da interpretare e sono intrisi di religiosità e messianismo in maniera abbastanza bizzarra (vedi in Pictures of Adolf Hitler o in Let All the Others Teddies Know), oltre ad essere particolarmente immaginifici; non mi stupisce che David Tibet (Current 93) abbia pure fatto una cover della title-track (che personalmente ho trovato il pezzo migliore del disco).
C'è davvero poco del tipico cantautore degli anni '60/'70 in questo album: nessun brano raggiunge neppure i quattro minuti e, cosa ancor più sorprendente, la parte cantanta duraancora meno; in chiusura di quasi ogni pezzo, infatti, c'è una coda strumentale che sfocia in alcuni casi in dissonanze al limite del noise rock o del free jazz (Come a Day). Insomma, un disco davvero fuori dal comune.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 8.5
domenica 23 settembre 2012
Ani DiFranco - Out of Range
Titolo: Out of Range
Artista: Ani DiFranco
Anno di pubblicazione: 1994
Nazionalità: New York, USA
Cantautorato americano al femminile. C'è PJ Harvey, c'è Lydia Lunch, c'è Lisa Germano, c'è Leslie Feist e ce ne sono mille altre. Tutte si accomunao per il realismno dei loro testi e per le tematiche trattate. Queste tematiche sono spesso al limite del femminismo. Non che la cosa sia necessariamente un male, ma va presa in considerazione. Out of Range si fa notare per un impianto acustico tendenzialmente folk, non si fa mancare qualche suggestione da big band (How Have You Been che mi ricorda Laura Nyro), ci sono le ballate strappalacrime (Overlap, Letter to John e You Had Time) e i pezzi più irruenti (Face Up and Sing e soprattutto le due versioni della title-track), insomma c'è tutto quello che un disco cantautoriale dovrebbe avere. Privo della pesantezza di una Lisa Germano o di una PJ Harvey ma la cosa è positiva.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
Artista: Ani DiFranco
Anno di pubblicazione: 1994
Nazionalità: New York, USA
Cantautorato americano al femminile. C'è PJ Harvey, c'è Lydia Lunch, c'è Lisa Germano, c'è Leslie Feist e ce ne sono mille altre. Tutte si accomunao per il realismno dei loro testi e per le tematiche trattate. Queste tematiche sono spesso al limite del femminismo. Non che la cosa sia necessariamente un male, ma va presa in considerazione. Out of Range si fa notare per un impianto acustico tendenzialmente folk, non si fa mancare qualche suggestione da big band (How Have You Been che mi ricorda Laura Nyro), ci sono le ballate strappalacrime (Overlap, Letter to John e You Had Time) e i pezzi più irruenti (Face Up and Sing e soprattutto le due versioni della title-track), insomma c'è tutto quello che un disco cantautoriale dovrebbe avere. Privo della pesantezza di una Lisa Germano o di una PJ Harvey ma la cosa è positiva.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7
domenica 29 luglio 2012
Bert Jansch - Bert Jansch
Titolo: Bert Jansch
Artista: Bert Jansch
Anno di pubblicazione: 1965
Nazionalità: UK
Scozia, per la precisione, con buona pace di una certa citazione di Trainspotting. Visto che un attimo prima si sono citati i Pentangle a proposito dei Fairport Convention, rimaniamo in tema e segnaliamo il primo disco solista di Bert Jansch, chitarrista, appunto, dei Pentangle. Quindici brani di breve durata (si va dai quattro minuti al minuto scarso) equamente distribuiti tra strumentali per chitarra acustica e pezzi cantautoriali. Di solito si cita Needle of Death che è effettivamente uno dei brani migliori, ma devo dire di avere apprezzato parecchio Running from Home o Rambling's Gonna Be the Death of Me. Quanto alle strumentali, va detto che Jansch è uno di quei chitarristi capaci di oscurare buona parte dei chitarristi più blasonati; Alice's Wonderland, Smokey River e Angie sono tre ottimi esempi di quanto sto dicendo. Per essere un disco di folk cantautoriale per sola voce e chitarra acustica, devo dire che è davvero molto bello.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7.5
Artista: Bert Jansch
Anno di pubblicazione: 1965
Nazionalità: UK
Scozia, per la precisione, con buona pace di una certa citazione di Trainspotting. Visto che un attimo prima si sono citati i Pentangle a proposito dei Fairport Convention, rimaniamo in tema e segnaliamo il primo disco solista di Bert Jansch, chitarrista, appunto, dei Pentangle. Quindici brani di breve durata (si va dai quattro minuti al minuto scarso) equamente distribuiti tra strumentali per chitarra acustica e pezzi cantautoriali. Di solito si cita Needle of Death che è effettivamente uno dei brani migliori, ma devo dire di avere apprezzato parecchio Running from Home o Rambling's Gonna Be the Death of Me. Quanto alle strumentali, va detto che Jansch è uno di quei chitarristi capaci di oscurare buona parte dei chitarristi più blasonati; Alice's Wonderland, Smokey River e Angie sono tre ottimi esempi di quanto sto dicendo. Per essere un disco di folk cantautoriale per sola voce e chitarra acustica, devo dire che è davvero molto bello.
Valutazione personale per chi non ha voglia di leggere: 7.5
Iscriviti a:
Post (Atom)